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Il bebè ha diritto a nascere sano

Il bebè ha diritto a nascere sano
Debora Alberici, Italia Oggi (Avvocati Oggi) 18/5/09 pag. 9


Si rafforza nel nostro sistema risarcitorio la tutela del diritto a nascere sani. Infatti, il medico che danneggia il feto, somministrando dei farmaci durante la gravidanza senza avvertire la madre dei rischi, deve risarcire il bambino. Ma, come già più volte affermato, non deve nulla se non avverte i genitori delle malformazioni del nascituro, in vista di un possibile aborto volontario. A questa importante conclusione è arrivata la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 10741 dell'11 maggio 2009, ha ampliato le possibilità di risarcimento in caso di danni al feto da parte dei sanitari.

Le motivazioni: In questa sentenza la terza sezione civile ha messo in evidenza alcuni importanti aspetti dei risarcimenti al nascituro. In particolare secondo i giudici, il ristoro è possibile, sia ai genitori che al piccolo, quando la somministrazione dei farmaci a rischio, senza il consenso informato della coppia, abbia compromesso la salute del feto. Al contrario, sottolinea Piazza Cavour, non ha diritto al risarcimento il bambino nato con delle malformazioni se la madre non è stata avvertita dal medico delle patologie del feto. In particolare i giudici del Palazzaccio hanno chiarito sul punto che «la mancanza di consenso informato» tale da far decidere alla madre «l'interruzione volontaria di gravidanza non può dar luogo a risarcimento anche nei confronti del nascituro poi nato con malformazioni, oltre che nei confronti della gestante madre». In pratica, la Suprema Corte, che, ricordando che nel nostro ordinamento non è contemplato «un diritto a non nascere se non sano», sottolinea come «il concepito, poi nato, non potrà avvalersi del risarcimento del danno perché la madre non è stata posta nella condizione di praticare l'aborto». Ma quest'ultima affermazione è ormai un principio di legittimità consolidato. La vera novità della sentenza appena depositata dalla Cassazione sta invece nel riconoscimento dei danni al feto che diventa destinatario del risarcimento solo dopo la nascita e previa azione dei genitori. Ciò emerge chiaramente dalle motivazioni: «sul piano personale», scrivono gli Ermellini, «quale concepito ha il suo diritto a nascere sano» ed esiste il «corrispondente obbligo di detti sanitari di risarcirlo, per mancata osservanza sia del dovere di una corretta informazione (ai fini del consenso informato) in ordine alla terapia prescritta alla madre sia del dovere di somministrare farmaci non dannosi per il nascituro stesso». Il ragazzo, invece, «non avrebbe avuto diritto al risarcimento» se il «consenso informato necessitasse solo ai fini dell'interruzione di gravidanza (e non nella mera prescrizione dei farmaci) stante la non configurabilità del diritto a non nascere se non sano».

Responsabilità contrattuali dei sanitari:

Nelle lunghe motivazioni il Collegio di legittimità ha inoltre ricordato come le responsabilità dei medici, in questi casi, siano per lo più contrattuali. «La limitazione imposta dall'art. 2236 c.c.», spiegano i giudici, «della responsabilità del prestatore d'opera intellettuale alla colpa grave è applicabile soltanto per la colpa da imperizia nei casi di prestazioni particolarmente difficili». Ad ogni modo, nel medico «non possono mai difettare, neppure nei casi di particolare difficoltà, gli obblighi di diligenza del professionista che è un debitore qualificato e di prudenza e che pertanto pur in casi di particolare difficoltà risponde per colpa lieve».

Il caso:

La vicenda riguarda una giovane madre della provincia di Napoli che circa vent'anni fa, nel 1986, si era sottoposta a una cura farmacologia a causa delle gravi difficoltà a rimanere incinta. In particolare alcuni farmaci le erano stati somministrati dopo il concepimento. Dalla gravidanza era nato un bimbo gravemente malformato. Le perizie avevano dimostrato come la somministrazione dei farmaci usati avesse provocato le malformazioni del feto.

Così la coppia aveva fatto causa ai medici. Nel mirino della difesa il fatto che i due non erano stati avvertiti dei rischi connessi alla somministrazione dei farmaci. Il tribunale e la Corte d'Appello di Napoli nel 2004 avevano riconosciuto ai genitori e al figlio, ormai maggiorenne, più di 500 milioni delle vecchie lire di risarcimento per violazione dell'obbligo al consenso informato e per i danni subiti dal nascituro. La Cassazione ha confermato la sentenza dei giudici di merito.

Tutelati anche i papà:
Anche al padre i danni per mancata interruzione della gravidanza. I genitori sono liberi di portare avanti la gravidanza. Devono quindi essere avvertiti dal medico di eventuali patologie del feto. Mentre al bambino nato con delle malformazioni non spetta un risarcimento diretto per il fatto che il medico non ha informato la coppia sui rischi legati alla gravidanza, per mamma e papà questo ristoro è un vero e proprio diritto. Con la sentenza n. 20320 del 2005 la terza sezione civile della Corte di cassazione ha chiarito un fondamentale aspetto del problema sancendo che il medico che ha omesso le dovute informazioni deve risarcire tanto il padre quanto la madre del bambino nato non sano. La massima ufficiale stabilisce infatti che «in tema di responsabilità del medico per omessa diagnosi di malformazioni del feto e conseguente nascita indesiderata, il risarcimento dei danni, che costituisce conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento del ginecologo all'obbligazione di natura contrattuale gravante su di lui, spetta non solo alla madre, ma anche al padre, atteso il complesso di diritti e doveri che, secondo l'ordinamento, si incentrano sul fatto della procreazione, non rilevando, in contrario, che sia consentito solo alla madre (e non al padre) la scelta in ordine all'interruzione della gravidanza, atteso che, pur sottratta alla madre (e non al padre) la scelta in ordine all'interruzione della gravidanza, agli effetti negativi del comportamento del medico non può ritenersi estraneo il padre, che deve perciò considerarsi tra i soggetti «protetti» dal contratto col medico e, quindi, tra coloro rispetto ai quali la prestazione mancata o inesatta è qualificabile come inadempimento, con il correlato diritto al risarcimento dei conseguenti danni, immediati e diretti».

Responsabilità dimostrata attraverso le probabilità:
Responsabilità del medico legata alle probabilità di evitare il danno. La strada per dimostrare l'errore del sanitario sui trattamenti da somministrare in gravidanza e sui rischi a questi connessi non è sempre in discesa. I genitori del bambino devono riuscire a dimostrare, per ottenere il risarcimento, che se il medico avesse operato in modo professionalmente corretto avrebbe avuto «apprezzabili probabilità di provare il danno». Questa importante conclusione è stata raggiunta dalla Cassazione in una interessante sentenza, la n. 867 dell'anno scorso, nella quale il Collegio ha chiarito che «è configurabile il nesso causale, la cui sussistenza deve essere provata dal danneggiato ai sensi della norma generale prevista dall'art. 2697 cod, civ., fra il comportamento omissivo del medico e il pregiudizio subito dal paziente, qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico si ritenga che l'opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie e apprezzabili probabilità di evitare il danno verificatosi». In quel caso la Suprema corte confermò la sentenza dei giudici appello secondo cui l'omissione del monitoraggio della paziente in un dato arco temporale era irrilevante in quanto l'evento lesivo, grave anossia cerebrale del feto, si sarebbe comunque verificato pure nel caso in cui il monitoraggio fosse stato effettuato, «avendo i predetti giudici accordato prevalenza al significato del dato della limpidezza del liquido amniotico al momento della rottura del sacco su quello dell'alterazione del PH nel sangue del feto alla nascita, indicativo, secondo i ricorrenti, che l'anossia cerebrale si era verificata nel periodo in cui era stato omesso il monitoraggio. Ritenendo la corte di appello, con piena adesione al parere espresso dal primo Ctu, che l'anossia fosse insorta dopo l'amnioressi nel corso del parto».


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